.
Annunci online

 
laformica 
quando parla la Formica
<%if foto<>"0" then%>
Torna alla home page di questo Blog
 
  Ultime cose
Il mio profilo
  Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom
  Il sito delle primarie e dell'Associazione per il Partito Democratico
Marista Urru
supermanu05
Noantri - non basta pensarlo, bisogna dirlo
Daniele Luttazzi
thc
Franco Abruzzo
Dagospia
Blog Orso Bruno
www.giawba.ilcannocchiale.it
drhouse92
Sandalo Italiano
Milion Portal Bay
  cerca

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001 Lo staff e i collaboratori non sono responsabili del contenuto e della forma dei commenti lasciati in calce ai post pubblicati. Malgrado qualche pubblicitario ci abbia proposto qualcosa, non essendo questo un sito a scopo di lucro, abbiamo ritenuto, almeno fino ad ora, di non dover inserire banner e qualunque altra cosa che si avvicini anche solo lontanamente alla pubblicità. LE foto contenute su questo sito, sono per la maggior parte dei casi prese dalla rete. Le altre sono nostre. Nel caso siate proprietari di qualche foto qui riportata, prima di denunciarci, scrivete una cortese mail all'indirizzo: smith.laformica@gmail.com e provvederemo a rimuoverle.


 

La Formica democratica | Formicaio e dintorni | la Formica cosmopolita | Formicolio | In Formica | La Formica argentina | La Formica felice | Formicultura | La Formica d'Italia | La Formica quotidiana | il fomichiere di Ceppaloni | Fomiche malinformate | Diario dei due mondi | Formichine bamboccione |
 
la Formica cosmopolita
1visite.

25 ottobre 2007

Polonia la storia scongelata

da www.lastampa.it

di Barbara Spinelli

I primi elogi di Donald Tusk, vincitore delle elezioni di domenica in Polonia, sono andati ai due personaggi che i gemelli Kaczynski esecravano in modo speciale: Lech Walesa, fondatore di Solidarnosc negli Anni Ottanta ed ex Presidente della Repubblica, e Wladyslaw Bartoszewski, ministro degli Esteri nel 1995, eroe della seconda guerra mondiale, internato a Auschwitz fra il 1940 e il 1941, combattente nell’insurrezione di Varsavia, militante di Solidarnosc nell’opposizione al comunismo reale. Ambedue incarnano la storia terribile e coraggiosa della Polonia moderna: l’invasione tedesca, i campi di sterminio hitleriani, l’insurrezione antinazista a Varsavia, la lunga resistenza al totalitarismo comunista.

Questo itinerario di dolore e liberazione era stato rinnegato dai fratelli Kaczynski, che in mente avevano un unico sogno ossessivo: riscrivere la storia deturpandola, denunciare la Germania come segreta vincitrice dell’ultimo conflitto, vendicare le sofferenze della nazione restituendole una grandezza smisurata e del tutto irrealistica. La Quarta Repubblica annunciata dai gemelli aveva pretese messianiche, era cattolico-integralista, s’immergeva in cicliche crociate moralizzatrici contro chiunque si presentasse come diverso (diverso in quanto gay, o pensatore indipendente, o estimatore di scrittori anticonformisti come Kafka, Gombrowicz, Dostoevskij).

Questa Polonia somigliava a una camera fatta solo di muri, ignara delle finestre, incapace di nutrir dubbi su se stessa e i propri antichi nemici: come se settant’anni di storia non avessero insegnato nulla, come se non ci fossero stati in Europa, nel frattempo, riconciliazione e apprendimento di un diverso modo di esser patria, Stato. L’invenzione di una nazione assolutamente sovrana, mai artefice e sempre vittima della storia, è scaturita da quest’ubriacatura mentale e politica. Bartoszewski, che ha scritto sulle azioni eroiche dei polacchi in favore degli ebrei durante il genocidio ma anche sulle loro indifferenze, era un avversario pericoloso.

Sia Walesa che Bartoszewski sono stati accusati di collaborazione con il comunismo, dai servitori del potere sconfitto.

Gli elettori polacchi hanno sorpreso il mondo, mandando a casa un regime che ha usato due anni di arbitrio per rovinare non solo il prestigio nazionale ma anche il farsi dell’Europa. Soprattutto le grandi città e i giovani hanno detto basta ai fratelli, dando fiducia a un leader, Tusk della Piattaforma civica, che infine ha osato attaccare frontalmente politiche che per molto tempo aveva assecondato con la propria passività. Sono loro, i figli della Liberazione dell’89, che hanno messo fine a un esperimento che il regista Wajda chiama «stagione nera». In situazione di emergenza i polacchi son capaci di azioni sorprendenti, nei secoli l’hanno ripetutamente dimostrato, e anche questa volta hanno visto il mostro dentro di sé e l’hanno vinto.

L’ostilità spasmodica che i Kaczynski nutrono per l’Europa è il primo mostro che sarà debellato, anche se uno dei due gemelli, Lech, resterà alla Presidenza della Repubblica fino al 2010, con vasti poteri di veto. Ma fin d’ora Tusk promette cambi non irrilevanti in politica estera: un’epoca si chiude, fatta di non splendido isolamento, e Varsavia ricomincerà l’avventura europea iniziata dopo l’89 da Bartoszewski, Geremek, l’ex governatore della Banca centrale Balcerowicz. Non tutto sarà rivisto, perché Tusk e la stessa sinistra hanno partecipato agli illusionismi nazionali.

Comunque potrebbe esserci il ritiro dei soldati dall’Iraq, e un negoziato sullo scudo antimissile americano che non trascurerà esigenze e riserve di altri governi europei. Non stupisce simile ostilità, e nei prossimi mesi e anni si vedrà come i pensatori, gli storici, i giornalisti, i politici polacchi l’analizzeranno. Di quest’Europa, i Kaczynski hanno mostrato di non capire nulla. Hanno fatto finta che fosse una confederazione di Stati rimasti immutati, sovrani come nell’epoca precedente la fine delle due guerre mondiali, e con estrema disinvoltura hanno sistematicamente idolatrato l’indipendenza totale della nazione, presentandola come libertà da influenze esterne. Al pari dell’Inghilterra, ma senza i suoi costumi democratici, si sono aggrappati al diritto di veto, hanno paralizzato i lavori sulla costituzione, hanno scelto di restar fuori dalla Carta dei diritti fondamentali, che tutti gli altri governi dell’Unione son pronti a considerare giuridicamente vincolante.

Nelle loro prime dichiarazioni, i collaboratori di Tusk cambiano rotta: la Polonia del centro destra aderirà alla Carta dei diritti e si sforzerà di entrare nell’euro entro il 2012, proseguendo una battaglia iniziata da Balcerowicz e interrotta dai Kaczynski. Soprattutto, smetterà di contrapporre il proprio legame diretto con Washington alla solidarietà con l’Europa. Quel legame ha inacidito e falsato ogni cosa: non solo i rapporti con Mosca e Germania, ma anche l’idea di autonomia e sovranità. Non di autonomia si trattava infatti, ma di asservimento alle politiche americane. «Noi siamo innanzitutto membri dell’Unione, non degli Stati Uniti», ha detto Jacek Wolski, vicepresidente del Parlamento europeo e collega di Tusk, la sera del voto. Quello che i Kaczynski non avevano compreso, della storia recente d’Europa, è la sua ragion d’essere profonda. Non avevano compreso che l’avventura era nata da una critica radicale degli Stati ottocenteschi, delle insolenze nazionalistiche sfociate in due guerre rovinose per il continente, dei rapporti di forza fondati su Stati che si equilibrano l’un l’altro ostilmente (la cosiddetta balance of power). Era anche nata dalla consapevolezza che non s’imponeva solo una laica separazione tra fede e politica, ma anche una netta separazione fra cultura e politica, magistratura e politica, economia e politica: separazioni che i Kaczynski hanno sprezzato. La Carta europea dei diritti e la protezione delle minoranze non è un ornamento recente dell’Unione: si riconnette al come e al perché della sua fondazione.

In tutte le nazioni d’Europa occidentale l’Unione ha significato analisi di sé, dei propri limiti, delle proprie disfatte: è vero per la Germania, la Francia, l’Italia uscita dal fascismo con un articolo 11 della Costituzione che riconosce, sopra la nazione, l’autorità degli organismi multilaterali di cui siamo parte. La Polonia e l’Est europeo non hanno partecipato a questa storia, ed è stato grave errore dei negoziati d’adesione non ricordarla con esigenza ultimativa. È il motivo per cui gli europei orientali hanno scambiato l’Unione per un insieme di Stati indipendenti, disconoscendo l’intreccio europeo continuo fra sovrannazionalità e sopravvivenza delle patrie. Dice ancora Wajda che la Polonia dei Kaczynski era fondata sulla più disastrosa delle passioni: il risentimento che mescola odio e vittimismo, onnipotenze fittizie e sogni messianici. Anche questo risentimento è eredità dell’Ottocento, inadatta al tempo presente.

La Polonia del ressentiment apparsa negli ultimi anni ha somiglianze impressionanti con l’Italia che Berlusconi ha cambiato, plasmato. Anche da noi ci sono forze di destra che speculano sul ressentiment e costruiscono sul rancore, il vittimismo, l’invenzione della realtà. Anche queste forze hanno potere sui mezzi di comunicazione, usano l’anticomunismo come arma per tacitare ogni critica, sono sospettose verso le separazioni molteplici che la laicità insegna. Anche in Italia l’integralismo cattolico ha accresciuto il proprio peso, profittando della politica divenuta campo di battaglia fra amici e nemici mortali.

Non tutto s’aggiusterà presto a Varsavia. Perché Lech Kaczynski resta capo dello Stato. Perché l’ex Premier gemello ha influenze forti su numerosi centri di potere, anche nei servizi segreti. È probabile che Tusk avrà bisogno dei postcomunisti di Aleksander Kwasniewski, per poter opporre ai veti presidenziali la maggioranza di tre quinti richiesta in Parlamento. Ma il ritorno in Europa può riprendere. Si vedrà da quello che il governo farà nei prossimi tempi: se la politica estera diverrà più responsabile, smettendo una strategia anti-tedesca e anti-russa fatta esclusivamente di livore. Se la Polonia capirà di non abitare più i primi del Novecento, e accetterà di esser figlia della storia europea postbellica e del suo saggio correggersi e ravvedersi.




permalink | inviato da WSmith il 25/10/2007 alle 1:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

17 ottobre 2007

La Siria appoggia l'offensiva turca contro il Pkk

da RaiNews 24

"Lo consideriamo un legittimo diritto della Turchia", ha sottolineato il presidente siriano Bashar al-Assad il quale ha annunciato che il suo Paese e' pronto ad appoggiare un'eventuale offensiva della Turchia nel nord dell'Iraq, per sgominare i guerriglieri separatisti curdi che vi tengono le proprie basi, dalle quali hanno di recente intensificato gli attacchi al di la' della frontiera, nell'Anatolia sud-orientale.

"Sosteniamo le decisioni che il governo turco ha inserito in agenda contro il terrorismo e le attivita' terroristiche", ha dichiarato il leader di Damasco, dopo aver conferito ad Ankara con l'omologo Abdullah Gul.
La presa di posizione di Assad ha preceduto di poche ore il pronunciamento dell'Assembla Nazionale, il Parlamento turco, chiamato ad autorizzare la campagna oltre confine, come ha chiesto formalmente due giorni fa il primo ministro, Recep Tayyip Erdogan.

Ad Ankara si trova anche il vice presidente della Repubblica iracheno, il sunnita Tareq al-Hashemi, in missione di emergenza per scongiurare lo sconfinamento e l'intervento militare del potente vicino sul territorio nazionale. Hashemi stesso ieri sera aveva avuto colloqui sia con Gul sia con Erdogan, cui ha chiesto di concedere piu' tempo al suo Paese per contrastare autonomamente il Pkk, dicendosi convinto di aver convinto gli interlocutori.
In Siria, tradizionale avversaria dell'Iraq, esiste una minoranza di etnia curda, sebbene numericamente piu' ridotta.

Dal canto suo il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki è determinato a sradicare i ribelli curdi del Pkk in Iraq, come ha dichiarato in un colloquio telefonico con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan.




permalink | inviato da WSmith il 17/10/2007 alle 19:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

16 ottobre 2007

Tra il PC ed il PD

Viaggio politico ideale tra occidente ed oriente estremo. Il rinnovamento della politica italiana passerà dal PD, anche in Cina un rinnovamento generazionale della politica. Cambi all'interno del PC.

DIARIO dei DUE MONDI

di Marco Didio Falco




Oggi nel Diario dei Due Mondi, ci è sembrato giusto aprire un paragone tra il rinnovamento della politica italiana e quello in atto in Cina.

Apparentemente due mondi lontani, ma entrambi accomunati da una forte ventata di rinnovamento.

In Italia, l'elezione plebiscitaria del nuovo segretario di quello che già sembra essere il più grande partito italiano; in Cina il rinnovamento delle 6 cariche per il ristrettissimo gruppo dirigente che guida e promuove le scelte economiche e politiche.

In Italia il PD, anche se si sono sollevate polemiche sui votanti doppi, porta alle urne quasi tre milioni e mezzo di elettori. In Cina il Congresso del PC è motivo di festa in tutto il paese. Insomma due mondi lontani, entrambi accomunati, da eventi importanti.

Inutile continuare con le parole, c'è l' immagine emblematica di colui che è considerato il Grande Timoniere. L'immagine l'accompagniamo con questo testo di Mao Tsetung:

“Speriamo che questo sia un Congresso di unità, un Congresso di vittoria, e che dopo la sua chiusura si possano riportare maggiori vittorie il tutto il Paese”.

Il concetto potrebbe valere per il PD soprattutto il richiamo all'unità. Perché uniti si vince.





permalink | inviato da WSmith il 16/10/2007 alle 22:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

16 ottobre 2007

Cina: memorandum di Amnesty International su Olimpiadi e diritti umani

“Assegnando a Pechino i Giochi, aiuterete lo sviluppo dei diritti umani”
Kiu Jingmin, vicepresidente del comitato per le Olimpiadi a Pechino, aprile 2001

A 687 giorni dall’inizio delle Olimpiadi di Pechino, il governo cinese deve agire velocemente se vuole mantenere la promessa fatta di fronte al Comitato olimpico internazionale (Cio) di migliorare la situazione dei diritti umani in vista dei Giochi del 2008.

Nella sua ultima analisi sui diritti umani in quattro settori-chiave, Amnesty International ha registrato una situazione complessivamente negativa: ad alcuni miglioramenti in tema di pena di morte si contrappone un peggioramento in altri contesti.

“Le gravi violazioni dei diritti umani che vengono registrate ogni giorno in tutto il paese sfidano apertamente le promesse fatte dal governo cinese al momento dell’assegnazione delle Olimpiadi” – ha dichiarato Paolo Pobbiati, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International. “Gli attivisti e le attiviste per i diritti umani, tra cui coloro che difendono i diritti delle persone sfrattate per consentire la costruzione dei siti olimpici, vengono minacciati e imprigionati. Migliaia di persone vengono messe a morte ogni anno, al termine di processi iniqui, per reati quali frode fiscale e contrabbando”.

“Nell’ultimo anno la repressione nei confronti dei giornalisti e degli utenti di internet si è intensificata e di fronte a questa situazione la promessa del governo di ‘rendere effettiva la libertà di stampa’ suona ridicola” – ha proseguito Pobbiati. “La situazione dei diritti umani si pone del tutto in contrasto con le più elementari interpretazioni dello spirito olimpico, che pone al suo centro ‘il mantenimento della dignità umana’”.

Amnesty International ha trasmesso le proprie informazioni al Cio, che aveva affermato che avrebbe agito “se gli impegni della Cina in materia di diritti umani non fossero stati tradotti in realtà”. L’organizzazione chiede al Cio di usare la propria influenza nei confronti delle autorità cinesi e di intervenire a nome di vittime delle violazioni dei diritti umani come Ye Guozhu.

Ye Guozhu, un abitante di Pechino, è stato sfrattato quando la sua abitazione è risultata al centro di un progetto di sviluppo dei siti olimpici. Nel dicembre 2004 ha chiesto l’autorizzazione a convocare una manifestazione di sfrattati e, per questo motivo, è stato condannato a quattro anni. È stato torturato nel corso della detenzione, sospeso a testa in giù dal soffitto e picchiato con un manganello elettrico. Amnesty International lo ha adottato come prigioniero di coscienza.

Oltre a eseguire numerosi sfratti, le autorità municipali di Pechino hanno deciso, per migliorare l’immagine della città in vista delle Olimpiadi, di estendere l’applicazione della “rieducazione attraverso il lavoro” – una forma di detenzione senza atto d’accusa – ai responsabili di “volantinaggio o pubblicità illegale, conduzione di taxi o di imprese commerciali senza licenza, vagabondaggio e accattonaggio”.

“Stadi luccicanti ed esibizioni spettacolari saranno un fatto privo di senso se i giornalisti e gli attivisti per i diritti umani non saranno liberi di parlare, se la gente verrà torturata in prigione e se il governo continuerà a mantenere il segreto sulle migliaia di persone che mette a morte” – ha commentato Pobbiati. “Amnesty International chiede alle autorità di Pechino di dare seguito alle proprie promesse di migliorare la situazione dei diritti umani, in modo che nell’agosto del 2008 la popolazione cinese potrà essere fiera sotto ogni aspetto di ciò che il suo paese mostrerà al mondo”.

Informazioni sulla situazione dei diritti umani in quattro settori-chiave:

Pena di morte
• Continua a essere applicata per 68 reati, tra cui reati di droga e frode fiscale. Secondo fonti accademiche cinesi, dalle 8000 alle 10.000 persone vengono messe a morte ogni anno.
• Nessun condannato a morte riceve un processo equo: non vi è presunzione d’innocenza, le prove vengono estorte sotto tortura e non è consentito pieno e rapido accesso alla difesa.
• La diffusa pratica dell’espianto di organi dai prigionieri messi a morte non è stata intaccata dalle nuove disposizioni in vigore dal luglio 2006, che riguardano l’espianto da donatori ancora in vita.
• L’unico sviluppo positivo è stata la decisione della Corte suprema del popolo di attribuirsi nuovamente il potere della revisione finale e dell’approvazione di tutte le esecuzioni: ciò dovrebbe portare a una riduzione delle condanne a morte.
• Amnesty International chiede al governo di aumentare la trasparenza pubblicando dati completi a livello nazionale sulle condanne a morte e sulle esecuzioni come primo passo verso la completa abolizione.

Processi equi, tortura e detenzione senza accusa (“detenzione amministrativa”)
• Si stima che centinaia di migliaia di persone si trovino in strutture per la “rieducazione attraverso il lavoro” o siano sottoposte ad altre forme di detenzione senza atto d’accusa su tutto il territorio cinese.
• La polizia ha poteri illimitati di imporre sentenze fino a tre anni per “reati minori”.
• Le persone sottoposte a queste forme di detenzione vanno frequentemente incontro alla tortura e ai maltrattamenti, soprattutto se mostrano resistenza al tentativo di “riformarle”.
• Amnesty International chiede l’abolizione della “rieducazione attraverso il lavoro” e delle altre forme di “detenzione amministrativa”.

Attivisti e difensori dei diritti umani
• La popolazione sceglie sempre più spesso di protestare in pubblico: secondo dati governativi, nel 2005 le proteste, le manifestazioni e altre forme di “disturbo all’ordine pubblico” sono state 87.000, contro le 74.000 del 2004. Gli attivisti, tra cui avvocati e giornalisti, incontrano forti ostacoli nel tentativo di attirare l’attenzione sugli abusi di potere e sovente vengono minacciati, arrestati in modo arbitrario e torturati.
• Le disposizioni entrate in vigore nel maggio 2006 in materia di attività legale rafforzano i controlli ufficiali e tendono a dissuadere gli avvocati a rappresentare vittime di violazioni dei diritti umani.
• Amnesty International chiede al governo di modificare le formulazioni, estremamente vaghe, contenute nel codice penale quali “diffusione di segreti di Stato all’estero” e “sovversione dei poteri dello Stato”, spesso usate per sopprimere legittime attività in favore dei diritti umani.

Libertà di stampa
• I siti internet di centinaia di organizzazioni internazionali rimangono bloccati dalle autorità cinesi, mentre negli anni scorsi sono stati chiusi numerosi siti locali.
• Secondo l’Associazione della stampa estera di Pechino, negli ultimi due anni, la polizia ha arrestato giornalisti stranieri in almeno 38 occasioni.
• Le autorità hanno intensificato il controllo sui media cinesi, chiudendo pubblicazioni come Bingdian (“Punto di congelamento”) e facendo perdere il lavoro a giornalisti critici nei confronti del governo.
• Amnesty International chiede al governo di rilasciare tutti i giornalisti detenuti solo per lo svolgimento legittimo della loro professione e di assicurare che i giornalisti stranieri e cinesi siano in grado di lavorare su questioni di pubblico interesse senza subire censura.

Ulteriori informazioni

Il presidente del Cio, Jacques Rogge, fa costante riferimento agli impegni della Cina in materia di diritti umani quando risponde in pubblico a domande sulle Olimpiadi a Pechino. Nel corso del programma Hardtalk, trasmesso dalla Bbc nell’aprile 2002, promise di agire se la situazione dei diritti umani in Cina non sarebbe migliorata come da lui auspicato.

L’analisi di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in Cina sarà disponibile on line, a partire dal 21 settembre, all’indirizzo: http://web.amnesty.org/library/index/engasa170462006


 




permalink | inviato da WSmith il 16/10/2007 alle 0:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

16 ottobre 2007

Turchia Vs Pkk

L'artiglieria turca da ieri sera bombarda l'area oltre il confine nel Kurdistan iracheno. Ed il Pkk, il partito dei lavoratori curdi, ha minacciato Ankara di atti di rappresaglia e di attacchi cruenti, nel  caso di un'offensiva  su vasta scala contro le basi dei ribelli nel Kurdistan iracheno. I guerriglieri del Pkk sono accusati da Ankara di atti di terrorismo in territorio turco. Domani il parlamento turco deciderà se e come intervenire militarmente.

L'eventualita' di un attacco turco nel Nord dell'Iraq, dove c'e' un governo autonomo curdo,preoccupa enormemente Washington e Baghdad, che temono un effetto destabilizzante sull'intero Paese; ma proprio in questi giorni la capacita' di influenza degli Usa sull'alleato turco e' inopinatamente ridimensionata da una diatriba a sfondo storico, dopo che la settimana scorsa una commissione del Congresso americano ha riconosciuto il genocidio degli armeni da parte dell'impero ottomano durante la I guerra mondiale.

Dopo le proteste del governo, oggi il capo delle forze armate turche, generale Yasar Buyukanit, ha messo in guardia che se tale giudizio verra' confermato anche dal parlamento americano, le relazioni con Washington non saranno piu' le stesse.

Le speranze di un ripensamento 'diplomatico' sembrano esili: oggi la presidente della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, ha ribadito parlando alla televisione Abc che intende porre la mozione ai voti e ha detto di essere sicura che sara' approvata. Altri 23 Paesi lo hanno gia' fatto, ha detto la leader democratica.
 
   Il bombardamento sull'Iraq settentrionale e' stato denunciato da fonti curde irachene citate dall'agenzia irachena Nina, secondo le quali ci sono stati molti danni ma nessuna vittima.
Le fonti hanno detto che nella zona presa di mira sorgono i villaggi di Mazouri, Rekan, Jabal Mateen, Almoush, Kort, Siran Sibyara. I bombardamenti sono iniziati sabato sera verso le 23:00 e sono proseguiti sporadicamente fino alle prime luci del giorno di domenica. L'agenzia ha detto che molti degli abitanti delle zone prese di mira sono fuggiti, abbandonando le loro proprieta' e il loro bestiame.

Il parlamento turco dovrebbe discutere da domani una mozione del governo del premier Recep Tayyip Erdogan che autorizzi le forze armate a condurre una azione militare su vasta scala in territorio iracheno contro le basi dei guerriglieri separatisti curdi turchi del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan.

Un primo via libera ai militari turchi e' stata data martedi' scorso dall'Alto consiglio per la lotta al terrorismo, sull'onda dell'emozione suscitata dall'uccisione, domenica 7 ottobre, di 15 giovani soldati turchi da parte dei guerriglieri del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan). La Turchia accusa il governo iracheno di non fare abbastanza per impedire le attivita' del Pkk, organizzazione giudicata terrorista anche dagli Usa e dall'Ue. Il Pkk da parte sua nega di usare il Kurdistan iracheno come base di partenza per attacchi in
Turchia.




permalink | inviato da WSmith il 16/10/2007 alle 0:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

9 ottobre 2007

L'assassino cieco del Che «miracolato» dai cubani un anno fa

 da L'Unità

di Nuccio Ciconte


Ernesto Che Guevara - Foto Unità - 220*200 - 05-10-07

Di quell'uomo che dovevano operare, i medici cubani, non sapevano praticamente nulla. Né il nome, né tanto meno la storia. Sapevano però che quel vecchietto di cui si dovevano occupare era praticamente cieco. Un caso difficile, certo, ma come tanti altri che avevano trattato lì nel centro oftalmico di Santa Cruz, in Bolivia. Mai, però, quei medici avrebbero minimamente sospettato di aver ridato la vista a Mario Teran, l'uomo che 40 anni fa assassinò Ernesto Che Guevara. E la cosa più curiosa è che quell'operazione fu eseguita gratuitamente. Perché - come racconta il giornale di Santa Cruz, "El Deber" - l'ex sergente boliviano che su ordine della Cia tolse la vita ad uno dei leader più amati della rivoluzione castrista ha beneficiato di un programma di Cuba, che offre gratuitamente interventi chirurgici agli occhi in diversi paesi dell'America Latina.

L'operazione è avvenuta lo scorso anno. Ma la notizia si è saputa solo ora perché il figlio dell'ex sergente ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al giornale di Santa Cruz per ringraziare pubblicamente i medici cubani «che hanno ridato la vista a mio padre».

Non sono moltissimi quelli che a Cuba ricordano il nome dell'uomo che assassinò Ernesto Che Guevara. Anche perché - come ricordano a L'Avana - Mario Teran in fondo era un anonimo militare che quel 9 ottobre del 1967 si tramutò in killer per ordini imposti direttamente da Washington. Più che sull'ex sergente boliviano quell'assassinio è sempre stato messo giustamente in conto alla Cia.

E infatti Granma, il giornale del Partito comunista cubano, nel raccontare la storia dell'operazione, ha sentito il bisogno di attaccare il pezzo così: leggete bene questo nome, Mario Teran; nessuno si ricorda più di lui, anche "se 40 anni fa lo fecero diventare una notizia". Oggi però, dice il giornale cubano, quel nome dovete tenerlo in mente perché quell'ex sergente «educato con l'idea di uccidere, torna a vedere grazie ai medici che seguono le idee della sua vittima».

Mario Teran voleva uccidere un'idea e un sogno, nota ancora Granma, ma a 40 anni esatti della sua morte Che Guevara torna a vincere un'altra battaglia: «Un vecchio può apprezzare nuovamente il colore del cielo e dei boschi, sfruttare il sorriso dei suoi nipoti, guardare una partita di pallone». Tutto bene dunque? Niente affatto. Perché il giornale cubano sferra un duro fendente al «vecchio che ha riacquistato la vista» perché «sicuramente mai sarà capace di vedere la differenza tra le idee che lo portarono ad assassinare un uomo a sangue freddo» e quelle di questi medici abituati a soccorrere nello steso modo amici e nemici feriti.




permalink | inviato da WSmith il 9/10/2007 alle 0:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

2 ottobre 2007

SUKRAN MORAL - ZINA



Venezia, Arsenale, Campo San Biagio
Un'intensa performance dell'artista turca Sukran Moral durante i giorni di apertura della Biennale di Venezia, prodotta dalla Galleria BND di Milano e curata da Maria Grazia Torri. Il 9 giugno scorso, presso Campo San Biagio, all'Arsenale, la Moral si è fatta seppellire, mettendo in scena un'usanza tuttora in vigore nei paesi islamici per punire le donne accusate di adulterio...

Puoi vedere il video all'indirizzo:
http://www.exibart.tv/player.asp?idvideo=193




permalink | inviato da WSmith il 2/10/2007 alle 10:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

1 ottobre 2007

Birmania: affari all’ombra di una dittatura

Soltanto gli Usa, spesso criticati anche all’interno, rispettano l'embargo, la Cina è il maggior fornitore di armi

di Giovan Battista Verando - gbverando.laformica@gmail.com

Un regime dittatoriale sopravvive se si vuol far vivere. Da sempre all’ombra delle dittature si è sviluppato un commercio florido. Armi, petrolio, grano e tutto quello di cui abbisogna uno stato spesso, vengono forniti sottobanco o attraverso una rete di paesi insospettabili. In questo modo le dittature sopravvivono e chi fa affari con loro si ingrassa.
La Birmania, regime dittatoriale e militare, compera tutto da tutti. In un articolo, asciutto e mirato, Carla Reschia de La Stampa ci ricorda chi sono i paesi in affari con la dittatura di Myanmmar.


INDIA
Attraverso il ministro per il Petrolio Murli Deora ha appena portato a casa un accordo da 150 milioni di dollari per ricerche di gas naturale in Birmania tra la OVL (ONGC Videsh Limited) e la MOGE (Burma's Myanmar Oil and Gas Enterprise) . Le ingenti riserve di gas naturale che si trovano nella provincia occidentale di Arakan e nella zona marina costiera antistante, stimate in circa 85 miliardi di metri cubi, sono una risorsa più che appetibile per l’India, affamata di energia. Nel suo sforzo di avvicinamento al Paese l’India sta costruendo infrastrutture come porti,linee ferroviarie e strade nel Paese, in competizione con il partner tradizionale del regime birmano, la Cina.

EUROPA
Secondo un rapporto diffuso da un gruppo di Organizzazioni non Governative, europee e internazionali, tra cui Rete Disarmo, Saferworld e Amnesty International, l’ Advanced Light Helicopter, un elicottero d’attacco prodotto in India e venduto alla Birmania, è realizzato con componenti essenziali di provenienza europea forniti da Belgio, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Svezia. Dal 1988 l’Unione europea ha vietato la vendita di armi alla Birmania per protestare contro la dittatura militare.
A parte questo divieto formale, non c’è di fatto alcun impedimento per le aziende europee che vogliano fare affari con la Birmania. In proposito c’è solo una posizione comune, adottata nel 1996 che però non prevede alcuna misura coercitiva. In base ad essa conti aperti dal regime presso le banche europee avrebbero dovuto essere congelati, ma questo non è mai stato fatto. Così, gli investimenti europei in Birmania nell’ultimo decennio sono cresciuti, soprattutto nel settore dell’energia. Secondo stime del FDI (Foreign Direct Investment). Nel 1999 l’Unione europea figurava nel 43% di tutti gli investimenti effettuati in Birmania e nel 2000 questa percentuale era salita al 71% Nel complesso tra il 1988 e il 2002 in Birmania ci sono stati investimenti europei per almeno 4 miliardi di dollari. Secondo un elenco compilato dalla Global Unions in Birmania operano 104 imprese europee.

FRANCIA
Presente con la Total dal 1992, gestisce importanti giacimenti di gas naturale nel campo di Yadana nel sud del Paese e ha prodotto nel 2006, 17,4 milioni di metri cubi di gas al giorno destinati ad alimentare le centrali elettriche della Thailandia. Total, che è stata spesso accusata negli ultimi anni di sfruttamento dei lavoratori costretti a «lavori forzati» prossimamente si dovrà difendere dall’accusa di «schiavismo» davanti alla giustizia belga.

CINA
La Cina è il maggior fornitore di armi della Birmania. Il commercio fra i due Paesi è salito nel 2006 a 146 miliardi di dollari, più 20%rispetto al 2005. La Cina ha costruito nel Paese ponti, centrali elettriche, stadi e fabbriche, sfruttando in cambio energia e materie prime. L’export dalla Cina alla Birmania è cresciuto del 50% nei primi sette mesi dell’anno, per un totale di .964 milioni di dollari. Secondo i dati di EarthRights International, nell’ultimo decennio 26 multinazionali cinesi hanno sviluppato grandi progetti in Birmania. Tra questi, la costruzione di un oleodotto e un gasdotto di 2.380km dalla provincia di Arakan allo Yunnan. La Cina ha fornito alla Birmania armamenti per due miliardi di dollari, rendendola così la seconda potenza militare del Sudest asiatico dopo il Vietnam, in termini di capacità, anche se molto più sofisticata. In 2003, la Cina ha dato assistenza economica alla Birmania per 200 milioni di dollari. Ma la parte più importante del legame fra i due Paesi non risultata dalle statistiche e riguarda l’immigrazione di imprenditori cinesi: Mandalay, la culla della cultura birmana è, al 20% popolata da emigrati provenienti dallo Yunnan, Lascio, il centro più importante del Nord è al 50% cinese. La Cina sta anche progettando la costruzione di quattro grandi dighe sul fiume Salween, nell’Est brimano. Oltre 100 mila abitanti delle zone tribali, Karen, Shan e Karenni verranno evacuati e la sopravvivenza stessa di un piccolo gruppo etnico, gli Yntalai, circa mille persone, è a rischio. Le dighe forniranno oltre 16 mila megawatt di energia che verranno vendute, fra gli altri, alla Thailandia. Saranno realizzate dalla compagnia statale cinese Sinohydro in collaborazione con l’omologa thailandese EGAT.

RUSSIA
La Russia ha stretto un accordo per la costruzione di un centro di ricerche nucleari in Birmania. Comprenderà un reattore ad acqua leggera da 10 MW e le attrezzature necessarie alla lavorazione e allo stoccaggio delle scorie oltre a un laboratorio medico per la produzione di isotopi. Mosca provvederà all’addestramento di 350 specialisti addetti all’impianto.




permalink | inviato da WSmith il 1/10/2007 alle 2:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

28 settembre 2007

La forza dei monaci

 di Enzo Bianchi (Priore di Bosa) da La Stampa

File interminabili di monaci che camminano silenziosi e risoluti in mezzo a due ali di folla con le loro teste rasate e gli abiti cremisi e arancioni; monaci accovacciati inermi di fronte a militari in assetto antisommossa.
Bocche abituate al silenzio coperte da mascherine antilacrimogeni; monaci anziani e giovani feriti, uccisi, imprigionati, bastonati... Il mondo sembra scoprire tragicamente solo in queste ore un intero Paese e, al cuore di esso, i suoi monaci. E, stupito, si chiede quale forza interiore li muova e faccia di loro una leva cui si affida per il proprio riscatto un popolo vessato da un regime dittatoriale.
Persone che noi frettolosamente giudichiamo «fuori dal mondo», distaccate dalle ambizioni e dalle preoccupazioni che abitano i loro contemporanei, si rivelano le più capaci di cogliere le radici di un disagio e di una insostenibilità della vita, quelle maggiormente in grado di dare voce - paradossalmente attraverso il silenzio - al grido soffocato dell’oppresso, di farsi carico della sofferenza e della dignità di un’intera nazione. Di loro ci accorgiamo solo in situazioni estreme, come ai tempi dei bonzi che si davano fuoco in Vietnam, della precedente rivolta in Birmania o della resistenza e dell'esilio dei lama tibetani, icona di un popolo martoriato; oppure li confiniamo in un fascinoso mondo poetico, come i protagonisti de l'Arpa birmana o del più recente Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera. Eppure essi sanno cogliere con estrema concretezza ciò che ai più sfugge: la radice ultima delle cose.
Questo dipende indubbiamente da alcune caratteristiche proprie del buddhismo e dei suoi monaci: una via «monastica» nella sua essenza e struttura, al cui interno ogni giovane è invitato a trascorrere un tempo come monaco nel proprio percorso di formazione umana; una società dove la gente normale incontra ogni giorno sul proprio cammino i monaci che, in silenzio, nella fiducia e nell’abbandono alla generosità dell’altro, chiedono per strada una ciotola di riso, nutrimento per loro sì, ma soprattutto occasione per il donatore di perseguire la rettitudine della propria vita. Non a caso abbiamo visto in questi giorni immagini di monaci che tenevano ostentatamente rovesciata la propria ciotola, in segno di estrema protesta, come a dire: noi siamo disposti a privarci del cibo, ma priviamo nel contempo questa società ingiusta della via maestra per compiere un’azione meritoria.
Ma in questa epifania della capacità dei monaci birmani di catalizzare il sentire della gente comune ritroviamo soprattutto alcuni tratti comuni al monachesimo come fenomeno antropologico, prima ancora che come elemento interno a una determinata via religiosa. La vita monastica, infatti, è un fenomeno umano, quindi universale, che presenta gli stessi caratteri a tutte le latitudini, presente nella storia non solo delle varie religioni, ma anche di alcune correnti e scuole filosofiche. È una forma di vita che da sempre riguarda sia uomini che donne e che si caratterizza per il celibato e per una certa separazione dall’ambiente sociale e sovente anche religioso di appartenenza: elementi che da soli ne spiegano la natura di presenza sempre minoritaria. Quale elemento marginale, il monaco emerge da un’area esogena ma, facendo parte del sistema endogeno della religione e della società, rappresenta un agente esterno che lavora ed è efficace all’interno.

Il monachesimo non resta mai completamente esogeno, «altro» - pena il divenire settario ed ereticale - ma non è neanche mai interamente endogeno, come se fosse una forza che nasce e si sviluppa all’interno del sistema istituzionale. Questa duplice appartenenza del monaco fa sì che, come minoranza efficace, inoculi all’interno del sistema religioso e sociale una diastasi che è sempre e congiuntamente di edificazione e di contestazione. In qualche misura il monaco mantiene il contatto con la cultura dominante, ma esprime anche una protesta, e ricerca un urto con questa, ponendosi in contrasto con la «via media». «Compito peculiare del monaco - scriveva Merton, un monaco d’Occidente così familiare al monachesimo buddhista - è tener viva nel mondo moderno l’esperienza contemplativa e mantenere aperta per l’uomo tecnologico dei nostri giorni la possibilità di recuperare l’integrità della sua interiorità più profonda». Sì, il monachesimo è controcultura, cioè cultura altra, minoritaria ma, proprio per questo, capace di svolgere un ruolo determinante ed efficace nel lungo termine. Allora, non chiediamoci per chi e perché manifestano i monaci birmani: essi manifestano anche per noi, avvolti nella miope I' opulenza del nostro Occidente malato di mancanza di senso.




permalink | inviato da WSmith il 28/9/2007 alle 15:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

28 settembre 2007

Aung San Suu Kyi, biografia di un leader democratico

 
(AGI) - Yangon, 26 set. - Aung San Suu Kyi, 62 anni, una laurea a Oxford in filosofia, politica ed economia, e' per i birmani quello che Nelson Mandela ha rappresentato per i sudafricani: forse l'unica speranza che un giorno ci sara', anche nel loro Paese, la liberta' e la democrazia e verra' posta fine alla repressione militare. Ma San Suu Kyi e' anche un simbolo internazionale della resistenza pacifica contro le dittature.
  Come leader della Lega Nazionale per la Democrazia, il principale partito di opposizione nel Myanmar, la donna ha trascorso piu' di undici degli ultimi diciotto anni fra carceri e arresti domiciliari. Nel 1991 le fu conferito il premio Nobel per la pace per i suoi sforzi di portare la democrazia in Birmania. Alla cerimonia per il ritiro del riconoscimento Francis Sejested, presidente del comitato del Nobel per la pace, ha definito San Suu Kyi 'un esempio mirabile di potere dei senza potere'. E gli U2, la band irlandese guidata da Bono Vox, le hanno dedicato la canzone 'Walk on' (vai ancora avanti).
  Dopo un periodo trascorso all'estero (India, Inghilterra, Giappone e Buthan), San Suu Kyi - figlia del generale Aung San, eroe dell'indipendenza birmana assassinato nel 1947, quando lei aveva appena due anni - e' tornata nel suo Paese nel 1988. Nel 1989 viene condannata agli arresti domiciliari con la legge marziale dichiarata dalla giunta. Nel 1990 il suo partito, la Nld, vince le elezioni ma il risultato non viene riconosciuto dai militari. Nel luglio 1995 la liberazione, ma con restrizione nei movimenti. Di nuovo arrestata e confinata in casa nel settembre 2000 per aver cercato di raggiungere la citta' di Mandalay, nonostante il divieto impostole dal regime, e' stata successivamente rilasciata senza condizioni nel 2002.
  Nel 2003, pero', e' di nuovo arrestata per scontri fra esponenti del suo movimento e una manifestazione filogovernativa. A settembre di quell'anno, per problemi ginecologici le viene permesso di tornare a casa ma sempre in stato di fermo.
  Durante i periodi di detenzione, la leader birmana ha fatto esercizi di meditazione, migliorato la sua conoscenza del francese e del giapponese e suonato il piano. Recentemente ha potuto incontrare altri esponenti della Nld e anche l'inviato speciale delle Nazioni unite Razali Ismail. Ma spesso, nei lunghi periodi di confino, San Suu Kyi non ha potuto vedere i suoi due figli e il marito, l'accademico britannico Michael Aris, morto di cancro nel 1999. In quella triste occasione, le autorita' birmane le hanno offerto la posibilita' di ragggiungere l'Inghilterra, ma lei ha rifiutato per timore che non l'avrebbero piu' lasciata rientrare nel Paese.
  Aung San Suu Kyi, che si e' sempre ispirata a Martin Luther King e al Mahatma Gandhi, ha piu' volte ribadito che gli anni di detenzione hanno rafforzato in lei la voglia di lottare per tutti i cittadini della Birmania. (AGI)

Cliccate su questo link www.dassk.com/links.php?go=6 ... è il sito di Aung San Suu Kyi... tenetevi informati!!!




permalink | inviato da WSmith il 28/9/2007 alle 14:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
settembre