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29 ottobre 2007

Napolitano, l'analisi sull'euro e sul carovita

Anche il presidente della repubblica italiana la pensa come noi.

«Carovita? Non è colpa dell'euro. A dimostrarlo - ha aggiunto Napolitano - il fatto che in molti paesi dell’Unione Europea l’introduzione della moneta unica non ha portato ad alcun rincaro».

ROMA
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parla di Europa ad alcune centinaia di ragazzi riuniti per l’anniversario dei 50 anni del Trattato di Roma in piazza del Campidoglio, ma è anche l’occasione per dire qualcosa sull’Italia: «Seppure con tante imperfezioni, abbiamo una democrazia viva». È questo l’approdo a cui l’Italia è giunta impegnandosi anche nella costruzione europea e arrivando «a consolidare la pace e la libertà nel Paese - ha aggiunto Napolitano - che sono ideali mai conclusi». Vanno quindi sempre perseguiti. Certo, resta ancora molto da fare. «Non dobbiamo rinunciare al sogno di un Paese più giusto e libero - ha continuato Napolitano - dove si possono realizzare tutti i talenti. Una Italia più giusta e moderna fa un tutt’uno con il sogno di una Europa unita».

«Non è vero che il costo della vita troppo alto sia colpa dell’euro, ci sono tante altre ragioni». Lo ha detto Giorgio Napolitano intervenendo questa mattina alla manifestazione di giovani organizzata dal Parlamento europeo al Campidoglio. A dimostrarlo, ha aggiunto, il fatto che in molti paesi dell’Unione Europea l’introduzione della moneta unica non ha portato ad alcun rincaro. L’immigrazione è un problema che «deve essere affrontato con la forza dei Paesi dell’Unione» perchè «per sfide mondiali» come questa non sono sufficienti le politiche dei singoli Stati, ha poi aggiunto il presidente. A giudizio di Napolitano è necessario «unirsi con le forze degli altri Paesi per risolvere problemi che nessun Paese può risolvere da solo. Solo se si uniscono le forze di tutti si possono affrontare sfide mondiali che non possono essere affrontate con politiche nazionali».

Giorgio Napolitano, convinto europeista, non era tale quando, nel 1957, vennero firmati i Trattati di Roma. Lo ha ricordato lui stesso al Campidoglio. Mi ricordo «i grandi contrasti» di quei giorni, ha raccontato. Sull’Europa «non eravamo tutti d’accordo, io stesso non ci credevo. L’importante è che, 50 anni dopo, ci sia un consenso così largo» attorno alla causa dell’integrazione. I pericoli oggi vengono da altri fronti, da un certo strisciante euroscetticismo. «L’Italia invece deve credere nell’Europa e battersi contro chi oppone resistenza». Come quando, recentemente, qualcuno si è opposto all’idea che nel nuovo testo costituzionale, venisse indicata la bandiera dell’Europa come simbolo dell’unione e l’Inno alla Gioia come suo inno. «Una grande sciocchezza», ha proseguito, «noi dobbiamo dare il buon esempio infischiandocene, continuando a sventolare la bandiera e a cantare l’Inno alla Gioia».

«Lo dico da meridionale», se il Mezzogiorno ha dei grandi problemi, ha aggiunto, «è responsabilità nostra, dei governi nazionali, delle istituzioni locali e anche dei meridionali». Prendendo ad esempio la questione dei fondi strutturali, Giorgio Napolitano ha invitato oggi a «tenere ben presente che l’europa non risolve, di per sè, in prima persona, tutti i problemi». Questo perchè esistono questioni da affrontare «all’interno dei singoli stati». Ora, ha affermato, nel meridione «sono stati fatti progressi anche grazie agli aiuti dell’Europa come i fondi strutturali. Se magari quei fondi non sono stati abbastanza per fare avanzare il Mezzogiorno la responabilità è nostra». Napolitano ha anche messo in risalto, comunque, i progressi compiuti. Lo ha fatto quando gli ha posto una domanda un ragazzo di Scampia. «Il tuo è un quartiere famoso per le cose buone che sono state fatte, e non solo per altre», gli ha detto.




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27 ottobre 2007

G generation, bamboccioni e precariato...l'Italia che va a rotoli

di Winston Smith - smith.laformica@gmail.com 

Precariato, salari bassi, condizioni precarie a livello economico generalizzate per tutti. Trentenni che non schiodano da casa (ma anche quarantenni) e famiglie costrette a sostenere questi “non più tanto giovani”, che in un modo o nell’altro devono pur campare. Il Welfare per i “bamboccioni” è rappresentato dalle famiglie. Si, proprio così: se non fosse per i genitori molti ragazzi sarebbero allo sbando. Altro che protocolli statali.

Migliaia di genitori mettono mano al portafogli, sentendosi responsabili delle condizioni dei loro figli. Quelli che negli Usa vengono chiamati G generation (generazione G), hanno fatto il sessantotto, hanno inventato il rock e una serie di mode che i nostri giovani, e giovanissimi, prendono e fanno proprie senza sapere neanche il motivo. Mode? Si … solo ed esclusivamente mode: jeans a zampa, minigonne, stivaloni con tacchi improponibili… solo solamente mode e non strumenti o segnali di protesta. Ci manca solo che qualche ragazzina bruci pubblicamente il suo reggiseno. Immagino già la risposta alla domanda: «Perché l’hai fatto?». Risposta: «Perché è figo!».

Rata della macchina, del cellulare, della palestra, del finanziamento ottenuto per andare in vacanza questa estate… rate su rate… nella società del consumo spropositato e dissennato, abbiamo dimenticato cos’è veramente essenziale. Diciotto anni: la macchina ci vuole… Quindici anni: il cellulare pure… e la scusa è: «Mamma e Papà mi possono controllare meglio... ». Eccerto… poi il modo per rendersi irraggiungibile si trova sempre… La G generation ha dimenticato che senza una miriade di cose fondamentalmente inutili, oggi come ieri, si stava meglio. Qualcuno forse ci pensa pure, ma … per non far sentire i propri figli dei “diversi” (non nel senso “sessuale” del termine) li riempie di coccole e quattrini. Ed ecco che così anche ai trentenni 900 euro non bastano, a meno che non vuoi farti etichettare come un “poveraccio”.

Trentenni… stanchi… stufi… vissuti tra le coccole e lobotomizzati dalla televisione. Incapaci di adattarsi al lavoro precario… si l’ho detto! Incapaci! Del resto se quel che offre il mercato è questo, diamoci da fare… Ma parlare serve a poco. Bisognerebbe lottare… ma è troppa fatica. Meglio attendere…

Genitori, ideatori e fondatori di una generazione con “le palle”, quella del sessantotto e degli anni che ne hanno preso l’eredità, hanno una sola colpa. Non hanno insegnato ai loro figli a lottare. A lottare per le cose giuste, per uno stato sano, per una politica sana, per veder affermata la meritocrazia. Del resto gran parte di quelli che manifestavano in piazza, sbandierando ogni qual volta la lotta di classe, hanno fatto carriera in breve tempo lasciando in cambio ai potenti il loro cervello. Di sicuro non meritavano una carriera fortunata e veloce, ma ora non pestano i piedi al potere… così come i loro figli…




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27 ottobre 2007

Salari bassi, colpa della precarietà? Ma forse anche di altro...

Se, gli italiani non arrivano più a fine mese, per il Ministro della Solidarietà è solo colpa della precarietà sul lavoro... allora veramente la classe politica italiana vive in un'altra dimensione.

di Winston Smith - smith.laformica@gmail.com

Dobbiamo necessariamente arrivare ad una conclusione e in fretta, così possiamo decidere per il nostro futuro. Il punto è: o la classe politica che abbiamo votato (si perchè sono uno dei coglioni che l'ha votati questi, credendo che fossero di sinistra) proviene da un'altra dimensione... anzi vive in un'altra dimensione, oppure ci vogliono prendere per il...diciamolo: per il culo. 

Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, parlando di salari troppo bassi e di necessità di aumentare redditi e consumi, puntando sull'istruzione dei giovani che, non devono pagare il prezzo della flessibilità del lavoro, avrebbe suscitato reazioni, alquanto discutibili, dal mondo economico e dai sindacati, in piazza durante la manifestazione del dissenso degli statali. (Piccola parentesi sugli statali: se andiamo a vedere a quanto ammontano gli incrementi di stipendio per questa categoria, trattata peggio degli operai - con rispetto per questi ultimi, si intende - ci viene da ridere ... ma agli statali vien da piangere!).

Paolo Ferrero, Ministro della solidarietà (solidale con se stesso e con i suoi simili) ritiene che la causa dei bassi salari, sia la precarietà nel mondo del lavoro. Ma chi è sto genio? Nessuno ancora riesce a dire pubblicamente che l'entrata dell'Italia nell'unità monetaria europea ha fatto più danni che altro? Nessuno pubblicamente chiede, e si dovrebbe farlo a gran voce, il controllo sui prezzi al consumo? Spiegateci perchè una giacca North Face (la marca non la citiamo per pubblicità) viene pagata al consumatore "l'ira di dio" in Italia, mentre in Mongolia costa l'equivalente di 30 euro. Considerato che il luogo in cui la producono è lo stesso (e non è di certo la Mongolia) dovrebbe costare non proprio 30 euro in Italia, ma quasi...
L'Ungheria... che nostalgico paese... fa parte della Comunità Europea, ma non ha aderito all'unione monetaria. Budapest, ottima capitale per una vacanzina a capodanno: costo del soggiorno...256 euro volo, vitto e alloggio compresi...Secondo chi c'è stato: con l'equivalente di 100 euro in fiorini ungheresi ci campi per una settimana... Ciò significa che l'Euro, non arrivando in Ungheria, ha salvato questa nazione dal tracollo. Noi italiani dobbiamo invece sempre seguire l'onda, credendo di rimanere arretrati...

Sui salari, sulla precarietà è intervenuto anche Paolo Cento (cento euro), sottosegretario all'Economia. A Repubblica ha dichiarato: «I problemi esposti oggi da Mario Draghi sono condivisibili, ma occorre coerenza, riconoscendo il fallimento delle politiche liberiste e la necessità di aprire una nuova stagione di redistribuzione delle risorse, anche usando la leva fiscale, e di un intervento sui profitti; le scelte fatte dal governo e dalla maggioranza negli ultimi mesi sono improntate alla consapevolezza dei problemi esposti da Draghi ma resta ancora incomprensibile la scelta di non intervenire sulla tassazione delle rendite. Inoltre, l'aumento dei consumi non è affatto una ricetta perché i nodi restano quelli della qualità dello sviluppo ecocompatibile».

Se c'avete capito qualcosa, fateci un fischio. Aumento dei consumi? Forse non abbiamo capito bene... o forse abbiamo capito benissimo e l'impressione è sempre quella che ci prendano per il culo. Ma chi deve aumentare i consumi? Non certo gli italiani... anche perchè se aumentano i loro consumi la nazione finisce veramente come l'Argentina. 

Guglielmo Epifani, sempre a Repubblica ha dichiarato, qualcosa forse indotto dal senso di malcontento generalizzato della popolazione: «Tutti dicono le stesse cose, poi però dicono che i margini non ci sono. Bisogna invece che chi ha responsabilità, oltre a dire come noi che c'è un problema, dia anche delle indicazioni per risolverlo. Noi chiediamo meno fisco per il lavoro dipendente, equità e rinnovi dei contratti nei tempi giusti. Non si può non usare il fisco per il lavoro, rimandare i contratti e poi lamentarsi dei salari che sono troppo bassi. Questo è inammissibile». Su quest'ultima frase diamo ragione ad Epifani, ma sopratutto: a lamentarsi dei salari bassi, non possono essere di certo politici e governatori di banche nazionali... è il colmo!
Cioè si lamentano dei salari bassi, quelli che hanno stipendi da favola? E come puoi sbagliarti? Siamo in Italia...

La classe politico - dirigente è totalmente scollata dalla società italiana, ma sopratutto estranea a quelli che sono i reali problemi della nazione. In meno di un mese: un vecchietto è stato sorpreso in un supermarket dopo aver rubato un pacco di pasta, è poi scoppiato in lacrime dicendo che non ce la faceva ad arrivare a fine mese; un uomo si è suicidato perchè non riusciva a pagare il mutuo; un padre di famigli ha fatto prostituire sua moglie, madre di due bambini di 7 e 8 anni. E' vero che ci sono famiglie che per mantenere "i vizi" contraggono debiti ovunque, senza badare troppo a quello che potrebbe accadere. Ma è anche vero che tre casi del genere sono veramente troppi in poco più di un mese. Non bastano come campanello d'allarme?
Qualcuno ha detto: sono casi isolati. Già, sono isolati forse solo perchè la maggior parte degli italiani in crisi, mostra ancora di avere una dignità ed evita di compromettere la propria reputazione, sforzandosi di non andare a rubare o fare altre "cazzate".

La classe politica si è sostituita alle classi nobili di tempi ormai andati. Non è così? Allora perchè percepiscono stipendi da favola? (la politica italiana costa più di quella della Casa Bianca). Dopo il mandato un politico va in pensione, con un mensile da capogiro... manco avesse versato i contributi. Un poveraccio dopo 40 anni di duro lavoro, va in pensione con una miseria. E poi ci vengono a parlare di stipendi bassi. Ma andassero a cagare... scusate: ma quando ci vuole ...ci vuole!

Poi ne parlano pure in televisione, credendo che non riusciamo a stupirci. Sentendoli ci cadono continuamente le braccia... e pure qualche altra cosa.

Se si va di nuovo a votare, "non voto"... tanto i membri dell'oligarchia politica italiana, oggi, si son ridotti a farsi la guerra come tra Guelfi e Ghibellini... e il popolo sta sempre sotto a guardare. La politica è come il calcio: tifiamo per una squadra, ma se vince o perde... a noi poveracci cosa ce ne viene in tasca? Nulla...





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26 ottobre 2007

Con Alessandro Volta... 10 mila volte grazie!!

Il blog arriva a 10 mila visitatri a meno di un mese dall'apertura.

Winston Smith, Marco Didio Falco e Gian Battista Verando, sono felicissimi.

Stiamo lavorando per aprire il blog alla partecipazione di chi vorrà dire la propria.

Per festeggiare le 10 mila visite abbiam pensato di inserire un omaggio a qualcosa che ricordiamo con affetto... la lira...



Quando avevamo questa banconota tra le mani... ne facevamo di cose:
Con 10 mila di benzina, ne facevi di giri...
Con queste al Pub ci prendevi un hamburger e una birra... a volte anche le patatine fritte...
Se compravi un pacchetto di sigarette, con 10 mila ti restavano i soldi per offrire almeno 4 caffè agli amici...

un saluto cordiale a tutti da Winston Smith...con l'augurio che arrivino tempi migliori.




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26 ottobre 2007

Dei poveri Cristi e dei massimi sistemi

Tra storie quotidiane di miseria e degrado, storie di trame e discorsi intorno ai massimi sistemi




di Marco Didio Falco

Roma - Il nostro diario oggi esordisce con una notizia di qualche giorno fa. Una storia, se confermata, di una crudezza senza precedenti. Un uomo, nel modenese, faceva prostituire la moglie perché strozzato dai debiti. Un mutuo di 25.000,00 euro per un auto, ereditato dai suoceri per cui si era fatto garante. Per far fronte alle difficoltà economiche - con l'aiuto di un amico che gli aveva prestato e guidato l'auto, essendo lui senza patente - l'operaio con regolare lavoro aveva deciso di far prostituire la moglie e l'aveva accompagnata sulla strada, assieme alle due figlie di 7 e 8 anni, che non sapeva a chi lasciare. Una storia che vede un contesto di miseria e degrado, e che ha come come protagonisti cittadini italiani: con una vita normale e nessun precedente con la giustizia. “Brava gente” , poveri cristi, attori in una società che non permette distrazioni in un paese dove tutti fottono l'altro finendo fottuti.

In questa storia triste siamo con gli attori principali, qualora fosse verificata la tesi raccontata ai carabinieri, ma siamo soprattutto con le due bambine. Una infanzia grigia, che speriamo venga subito rimossa dalle due piccole.

Quella che abbiamo appena raccontata è una storia quotidiana, una storia che molti nel nostro paese ormai possono condividere, anche perché la cittadinanza è interessata alla sopravvivenza quotidiana e non ai discorsi sui massimi sistemi.

A proposito di discorsi sui massimi sistemi c'è da registrare il vento di crisi che è iniziato a spirare. La prima baracca scoperchiata è la Rai. Intanto sul versante Democratico, nel senso di Partito, sono in atto grandi manovre: stando ai soliti ben informati Walter Veltroni non intende far logorare il “cittino” da un Governo che fatica a comunicare con il Paese, allora ben venga un referendum che portasse al taglio dei piccoli partitini e dei cespuglietti. Ma tra Walter e Romano, intanto si è rinverdita l'amicizia degli anni che furono. Tutto è accaduto, sempre stando agli informatissimi, il 22 ottobre scorso, e l'accordo porterebbe anche all'isolamento dei notabili, quegli stessi che sono stati grandi elettori del leader PD.

Mentre da noi ci arrovella il cervello con strategie e trame di palazzo, come in una puntata di Dinasty, in Spagna, Josè Luis Zapatero, quarantaseienne capo del Governo, benedice il Libretto rosa, una sorta di istruzioni pratiche per le donne che aspirano al potere in un mondo di troppi maschi. Questa pubblicazione con il titolo accattivante “Ricette di donne per fare politica” contiene in 129 pagine i consigli delle migliori intelligenze zapateriste per far contare le donne.

In Italia le novità fioriscono a ritmo sostenuto. Dopo trattative raddoppieranno i poliziotti rumeni che collaborano con le nostre forze di polizia. Da 5 diventeranno 10. Un passo avanti per arginare il fenomeno delinquenziale.




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25 ottobre 2007

Adesso che ho visto tutto potrei pure ...

... potrei pure lasciare questa valle di lacrime.

di Winston "sono stanco" Smith - smith.laformica@gmail.com

Ci mancava solo lui... con le sue canzoni tutte uguali, pieni di "sceneggiata napoletana" tutte simili alla leggenda "d'o zappatore" ... baciame sti mmane!

Di chi parlo... non lo voglio fare il nome... mi fà venire la nausea solo a nominarlo... no!!! Non centra nulla il fatto che sia napoletano... ho un sacco di amici a Napoli... è il fatto che la sua musica mi fa... oddio non posso dirlo...

Comunque il punto è che mi perseguita: ascolto, jazz, blues, rag time, hard rock, heavy metal... classica... tutto insomma... tranne lui... e lui che fa? Mi segue!!! Pure su internet!!!!

Non ci credete: gli hanno dato pure due blog. Uno su tv sorrisi e canzoni, l'altro su Ok Notizie... perchè lui da solo non se li sapeva aprire...
Sono rispettivamente un blog... e un videoblog...
Di chi parlo?? NoooooOooOOooOoOooooo.... non lo dico, altrimenti mi sento male...
guardate da soli ai seguenti indirizzi internet...

http://www.sorrisi.com/sorrisi/diretta/art023001033620.jsp
http://oknotizie.alice.it/go.php?us=60200829e8e1e204




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25 ottobre 2007

"Omosessuali si nasce" campagna-choc con bebè

Lotta alle discriminazioni sessuali, la Regione sceglie l´immagine di un neonato

Il manifesto della campagna contro lomofobia 
Il manifesto della campagna contro l'omofobia

di Marzio Fatucchi

«I bambini vanno accettatati così. Per quello che sono». E´ questo il motivo che ha portato la Regione Toscana a realizzare la foto che lancia la campagna contro l´omofobia. In una Regione considerata gay-Friendly, ma che ha registrato numerosi casi di violenza contro gli omosessuali, il messaggio della campagna è quello di bambino appena nato, sfuocato ed irriconoscibile, con in primo piano il braccialetto in cui è scritto: «Homosexual». «Raccapricciante: strumentalizzare i neonati per far passare l´idea che le pulsioni omosessuali siano una caratteristica innata dei bambini è un atto fuorviante e vergognoso sotto il profilo scientifico, politico e sociale» commenta Luca Volontè, capogruppo Udc alla Camera. «L´opposto: l´Italia si adegui alla Toscana» gli ribatte il presidente dell´Arcigay nazionale, Aurelio Mancuso.

«Un esempio da seguire» incalza il deputato Franco Grillini. «Ricorda quelli del ventennio vestiti da balilla con il fez» insiste il leghista Massimo Polledri. Ma perché un bambino? «Il messaggio è ch l´omosessualità non è una scelta ma un dato immutabile e da rispettare» spiega Alessio De Giorgi, consulente della Regione contro le discriminazioni sessuali, che ha presentato la campagna con l´assessore regionale Agostino Fragai e Paolo Chiappini della Fondazione Sistema Toscana: la foto, già utilizzata dalla fondazione canadese Emergence, sarà uno dei punti di forza delle iniziative contro l´omofobia lanciate durante il Festival della creatività. «Affrontare le discriminazioni sessuali -affermat Fragai - non toglie nulla, né in termini di tempo né di risorse, ad altri problemi. Una società più coesa, che non discrimina, assicura più diritti per tutti». La Toscana è stata la prima Regione a approvare una legge antidiscriminazione (poi bloccata dalla Consulta), investe 50mila euro l´anno in iniziative e interventi per prevenire le discriminazioni in ambito sanitario, fornisce aiuti all´inserimento professionale a trans e transgender, sta promuovendo corsi contro il bullismo omofobo nelle scuole.




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25 ottobre 2007

Polonia la storia scongelata

da www.lastampa.it

di Barbara Spinelli

I primi elogi di Donald Tusk, vincitore delle elezioni di domenica in Polonia, sono andati ai due personaggi che i gemelli Kaczynski esecravano in modo speciale: Lech Walesa, fondatore di Solidarnosc negli Anni Ottanta ed ex Presidente della Repubblica, e Wladyslaw Bartoszewski, ministro degli Esteri nel 1995, eroe della seconda guerra mondiale, internato a Auschwitz fra il 1940 e il 1941, combattente nell’insurrezione di Varsavia, militante di Solidarnosc nell’opposizione al comunismo reale. Ambedue incarnano la storia terribile e coraggiosa della Polonia moderna: l’invasione tedesca, i campi di sterminio hitleriani, l’insurrezione antinazista a Varsavia, la lunga resistenza al totalitarismo comunista.

Questo itinerario di dolore e liberazione era stato rinnegato dai fratelli Kaczynski, che in mente avevano un unico sogno ossessivo: riscrivere la storia deturpandola, denunciare la Germania come segreta vincitrice dell’ultimo conflitto, vendicare le sofferenze della nazione restituendole una grandezza smisurata e del tutto irrealistica. La Quarta Repubblica annunciata dai gemelli aveva pretese messianiche, era cattolico-integralista, s’immergeva in cicliche crociate moralizzatrici contro chiunque si presentasse come diverso (diverso in quanto gay, o pensatore indipendente, o estimatore di scrittori anticonformisti come Kafka, Gombrowicz, Dostoevskij).

Questa Polonia somigliava a una camera fatta solo di muri, ignara delle finestre, incapace di nutrir dubbi su se stessa e i propri antichi nemici: come se settant’anni di storia non avessero insegnato nulla, come se non ci fossero stati in Europa, nel frattempo, riconciliazione e apprendimento di un diverso modo di esser patria, Stato. L’invenzione di una nazione assolutamente sovrana, mai artefice e sempre vittima della storia, è scaturita da quest’ubriacatura mentale e politica. Bartoszewski, che ha scritto sulle azioni eroiche dei polacchi in favore degli ebrei durante il genocidio ma anche sulle loro indifferenze, era un avversario pericoloso.

Sia Walesa che Bartoszewski sono stati accusati di collaborazione con il comunismo, dai servitori del potere sconfitto.

Gli elettori polacchi hanno sorpreso il mondo, mandando a casa un regime che ha usato due anni di arbitrio per rovinare non solo il prestigio nazionale ma anche il farsi dell’Europa. Soprattutto le grandi città e i giovani hanno detto basta ai fratelli, dando fiducia a un leader, Tusk della Piattaforma civica, che infine ha osato attaccare frontalmente politiche che per molto tempo aveva assecondato con la propria passività. Sono loro, i figli della Liberazione dell’89, che hanno messo fine a un esperimento che il regista Wajda chiama «stagione nera». In situazione di emergenza i polacchi son capaci di azioni sorprendenti, nei secoli l’hanno ripetutamente dimostrato, e anche questa volta hanno visto il mostro dentro di sé e l’hanno vinto.

L’ostilità spasmodica che i Kaczynski nutrono per l’Europa è il primo mostro che sarà debellato, anche se uno dei due gemelli, Lech, resterà alla Presidenza della Repubblica fino al 2010, con vasti poteri di veto. Ma fin d’ora Tusk promette cambi non irrilevanti in politica estera: un’epoca si chiude, fatta di non splendido isolamento, e Varsavia ricomincerà l’avventura europea iniziata dopo l’89 da Bartoszewski, Geremek, l’ex governatore della Banca centrale Balcerowicz. Non tutto sarà rivisto, perché Tusk e la stessa sinistra hanno partecipato agli illusionismi nazionali.

Comunque potrebbe esserci il ritiro dei soldati dall’Iraq, e un negoziato sullo scudo antimissile americano che non trascurerà esigenze e riserve di altri governi europei. Non stupisce simile ostilità, e nei prossimi mesi e anni si vedrà come i pensatori, gli storici, i giornalisti, i politici polacchi l’analizzeranno. Di quest’Europa, i Kaczynski hanno mostrato di non capire nulla. Hanno fatto finta che fosse una confederazione di Stati rimasti immutati, sovrani come nell’epoca precedente la fine delle due guerre mondiali, e con estrema disinvoltura hanno sistematicamente idolatrato l’indipendenza totale della nazione, presentandola come libertà da influenze esterne. Al pari dell’Inghilterra, ma senza i suoi costumi democratici, si sono aggrappati al diritto di veto, hanno paralizzato i lavori sulla costituzione, hanno scelto di restar fuori dalla Carta dei diritti fondamentali, che tutti gli altri governi dell’Unione son pronti a considerare giuridicamente vincolante.

Nelle loro prime dichiarazioni, i collaboratori di Tusk cambiano rotta: la Polonia del centro destra aderirà alla Carta dei diritti e si sforzerà di entrare nell’euro entro il 2012, proseguendo una battaglia iniziata da Balcerowicz e interrotta dai Kaczynski. Soprattutto, smetterà di contrapporre il proprio legame diretto con Washington alla solidarietà con l’Europa. Quel legame ha inacidito e falsato ogni cosa: non solo i rapporti con Mosca e Germania, ma anche l’idea di autonomia e sovranità. Non di autonomia si trattava infatti, ma di asservimento alle politiche americane. «Noi siamo innanzitutto membri dell’Unione, non degli Stati Uniti», ha detto Jacek Wolski, vicepresidente del Parlamento europeo e collega di Tusk, la sera del voto. Quello che i Kaczynski non avevano compreso, della storia recente d’Europa, è la sua ragion d’essere profonda. Non avevano compreso che l’avventura era nata da una critica radicale degli Stati ottocenteschi, delle insolenze nazionalistiche sfociate in due guerre rovinose per il continente, dei rapporti di forza fondati su Stati che si equilibrano l’un l’altro ostilmente (la cosiddetta balance of power). Era anche nata dalla consapevolezza che non s’imponeva solo una laica separazione tra fede e politica, ma anche una netta separazione fra cultura e politica, magistratura e politica, economia e politica: separazioni che i Kaczynski hanno sprezzato. La Carta europea dei diritti e la protezione delle minoranze non è un ornamento recente dell’Unione: si riconnette al come e al perché della sua fondazione.

In tutte le nazioni d’Europa occidentale l’Unione ha significato analisi di sé, dei propri limiti, delle proprie disfatte: è vero per la Germania, la Francia, l’Italia uscita dal fascismo con un articolo 11 della Costituzione che riconosce, sopra la nazione, l’autorità degli organismi multilaterali di cui siamo parte. La Polonia e l’Est europeo non hanno partecipato a questa storia, ed è stato grave errore dei negoziati d’adesione non ricordarla con esigenza ultimativa. È il motivo per cui gli europei orientali hanno scambiato l’Unione per un insieme di Stati indipendenti, disconoscendo l’intreccio europeo continuo fra sovrannazionalità e sopravvivenza delle patrie. Dice ancora Wajda che la Polonia dei Kaczynski era fondata sulla più disastrosa delle passioni: il risentimento che mescola odio e vittimismo, onnipotenze fittizie e sogni messianici. Anche questo risentimento è eredità dell’Ottocento, inadatta al tempo presente.

La Polonia del ressentiment apparsa negli ultimi anni ha somiglianze impressionanti con l’Italia che Berlusconi ha cambiato, plasmato. Anche da noi ci sono forze di destra che speculano sul ressentiment e costruiscono sul rancore, il vittimismo, l’invenzione della realtà. Anche queste forze hanno potere sui mezzi di comunicazione, usano l’anticomunismo come arma per tacitare ogni critica, sono sospettose verso le separazioni molteplici che la laicità insegna. Anche in Italia l’integralismo cattolico ha accresciuto il proprio peso, profittando della politica divenuta campo di battaglia fra amici e nemici mortali.

Non tutto s’aggiusterà presto a Varsavia. Perché Lech Kaczynski resta capo dello Stato. Perché l’ex Premier gemello ha influenze forti su numerosi centri di potere, anche nei servizi segreti. È probabile che Tusk avrà bisogno dei postcomunisti di Aleksander Kwasniewski, per poter opporre ai veti presidenziali la maggioranza di tre quinti richiesta in Parlamento. Ma il ritorno in Europa può riprendere. Si vedrà da quello che il governo farà nei prossimi tempi: se la politica estera diverrà più responsabile, smettendo una strategia anti-tedesca e anti-russa fatta esclusivamente di livore. Se la Polonia capirà di non abitare più i primi del Novecento, e accetterà di esser figlia della storia europea postbellica e del suo saggio correggersi e ravvedersi.




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24 ottobre 2007

I Blogger la spuntano contro la legge ambigua per l'editoria

Tutti, anche chi l'ha scritta, ora dicono che la legge va cambiata.

di Marco Didio Falco

Roma - I blogger italiani ora saranno tranquilli. L'incubo paventato dalla proposta di legge portata avanti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Lo stesso firmatario della proposta il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ricardo Franco Levi ha dichiarato: “ La legge si rivolge al mercato dell'editoria, cioè soltanto agli operatori professionali dell'informazione”. Perciò i siti amatoriali, i blog genuini e sanguigni queli non verranno toccati. Del resto lo stesso ministro per le Comunicazioni, Gentiloni aveva riconosciuto l'ambiguità del testo. Un testo di legge come molti, prossimo all'ambiguità. Certamente se fosse passata la prioposta originaria si sarebbe scatenata una “iradiddio”. Già perchè gli utenti silenziosi della rete ammontano a qualche milione ed i blogger in Italia ormai sarebbero circa 350.00. In altre parole un esercito silenzioso che al momento del voto esprimerà il loro giudizio. E siccome, anche il Vice-Premier Rutelli ha sentenziato: ”se cade il Governo si va al voto” il popolo della Rete è meglio tenerselo buono.




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23 ottobre 2007

W il rosso che non c'è più. Anzi W il rosso Trevi

Nelle città grigie, tra musei come obitori, la politica mummificata e creativi scomparsi irrompe l'omino con il cappellino da baseball. Un fiume rosso scuote il torpore.


 

di Marco Didio Falco

ROMA — Sono trascorsi alcuni giorni dal fatto che ci tenuti con il fiato sospeso. Come si è sparsa la notizia tutti abbiamo temuto per la “Bella Fontana”. Tutti abbiamo pensato alla fine del mito, un mito nato dall'idea geniale di Fellini. Del resto la Fontana di Trevi è sicuramente la Fontana più famosa del mondo e, se esistesse un ordine delle fontane, questa sarebbe la sua presidentessa. Ma veniamo al fatto di cronaca e al suo sviluppo, diciamo pure sociologico.

Domenica, un autore, un artista, un classico dell'arte, qual'è Ugo Nespolo, sulle pagine de La Stampa commentando il gesto del futur-pop omino con il cappellino da baseball ha sentenziato: “Fontana di Trevi Rossa. Finalmente! Evviva!”

E Nespolo non è il solo a benedire “l'azione”. Sulla sua stessa linea si sono schierati anche Ennio Morricone, Premio Oscar alla carriera, che in una uscita a metà dice: “ Quel tizio si merita una multa, ma ha avuto davvero un'idea geniale”

Così con i due litri di anilina, colorante ad acqua usato per tingere legni, versati dall'omino con il cappellino da baseball, si è ringiovanita una casta e pudica fontana che ogni giorno subisce, impassibile, l'orda dei turisti che barbaramente fiondano con un gesto pagano la monetina. Già perché il rito della monetina è una trovata per far lasciare ai turisti, intruppati, un ulteriore obolo, una trovata senza senso, senza un fondamento, come i tanti riti propiziatori di certa magia cialtrona.

Infatti anche un attento osservatore del degrado del costume come D'Agostino si schiera a fianco dell'omino con il cappellino da baseball. Lo fa a suo modo: “è incredibile quante e-mail mi siano arrivate in poche ore. Tutte a favore del gesto d'arte. In fondo, davanti a quell'immagine della fontana rossa, anch'io ho pensato: oddio, è risorto Andy Warhol!”

E ancora Nespolo riferendosi al gesto: “meglio delle idiozie educate di un Christo o degli impiccatini milanesi delle boutique cattelanesche”.

Ma se possiamo aggiungere ancora qualcosa, dobbiamo dire, dobbiamo riconoscere, che tingere la Fontana di Trevi Rosso vermiglio ha fatto bene. È un gesto che rompe. Un gesto simbolico che magari non è stato digerito dai bigotti, mummificati che con il loro pensiero come carta pecora aspettano immobili lo scorrere del tempo. Tutti i festival, tutti gli happening, tutte le manifestazioni per vivere, non per sopravvivere, hanno bisogno di vita, di sangue, in senso metaforico, che scorre, di idee e di genialità. Non hanno bisogno di routine. E forse con il suo gesto, l'omino con il cappellino da baseball, inconsciamente è riuscito dove altri hanno fallito. É riuscito catapultare tutto l'interesse mediatico sul Festival del Cinema, rompendo la monotonia degli uffici stampa e il grigiore del parterre. È un segnale che va contro un certo immobilismo della stessa politica. La creatività, eccetto rare eccezioni, è istituzionalizzata, grigificata e guardandola con gli occhi dell'artista Moral conveniamo nel giudizio che “i musei sono come gli obitori”.

Del resto il museo è un corpo che sta nel ventre della città e le città di oggi hanno la caratteristica di essere grigie, i prati sono gialli e la gente è infelice, per questo diciamo viva il rosso, quello che il torero alza contro il toro, quello delle bandiere dei lavoratori, quello delle rose, quello della Ferrari, quello delle botti, e quello della Fontani di Trevi.




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